Fare 'FILOSOFIA' con il 'PROPRIO PENSIERO' - UNREGISTERED VERSION

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         Dipartimento di Filosofia
                                        
D O T T O R A T O   e  P O S T

                                          
a cura di

                                orlando.bartolomei@doctor.com

                                       -o-

 
La "VERITA' " non si può insegnare: si può solo 'cercarla'


"Amicus Plato, sed magis amica veritas"

Mi è amico Platone, ma mi è più amica la verità                   

                                                   

                                 ----<>----

     
Tuttavia, per i più sprovvisti cominciamo col chiederci:

                  CHE COS'E' LA FILOSOFIA?

Diciamo subito  che l'uso della filosofia da parte degli uomni, si perde nella notte dei tempi: infatti, il suo etimo  cominciò a soleggiare nella mente dell'Ente intelligente quando esso esordì con l'inferenza. Tuttavia, la Filosofia - facendo riferimnto al nome - è 'amore della sapienza', e secondo la sua natura si può qualificare: "Humanarum et divinarum, causarumque quibus hae continentur res, scientia", cioè: scienza di tutte le cose secondo le loro ultime cause conosciute col lume naturale della ragione.

La Filosofia dunque è una scienza che si differenzia dalle altre: 1) per l'universalità del suo oggetto materiale (tutte le cose), 2) per l'elevatezza del suo oggeto formale (ultime cause). Mentre le altre scienze hanno un oggetto più addensato, analizzato secondo le cause attigue. Si identifica inoltre dallla scienza che studia la natura di una Intelligenza SuprmaTrascendentale perché questa incede al lume ultraterreno della dottrina dogmatica della fede, mentre la FILOSOFIA, ANCHE QUANDO SI IMPEGNA ALLO STUDIO DELLA 'DIVINA SAPIENZA',
INCEDE SEMPRE AL LUME NATURALE DELLA RAGIONE

Essa replica ogni volta il suo punto di partenza dalla sete insaziabile dell'Uomo di conoscere ogni entità che lo attornia e i suoi processi, sete che prorompe naturale dalla nostra forza generatrice, come è dato scorgere nelle prime domande che pone il bambino appena in esso spunta l'uso della ragione: perché? L'uomo ovviamente desidera conoscere non solo il perché ma... l'ultimo perché di ogni cosa, PRINCIPALMENTE DI SE STESSO.

                                                Da quanto esposto emerge la 'GRAZIA' della 'FILOSOFIA'   Essa:

1.cerca di appagare le più nobili esigenze intellettuali dell'uomo; posta al vertice di tutto lo scibile umano, è il coronamento di tutte le scienze; segna l'ultima tappa nelle ascensioni della conoscenza umana.

  2. in particolare esamina i problemi che più intimamente interessano l'uomo, riguardanti la sua natura, la sua origine e il suo destino, affinché egli sappia orientarsi nella vita e saggiamente dirigere le sue azioni

FILOSOFARE E' INNANZITUTTO E SOPRATTUTTO AFFRONTARE IL PROBLEMA DELLA VITA: E LA FILOSOFIA VERA E' LA SOLUZIONE RAZIONALE DEL PROBLEMA DELLA VITA  

  3. Olre che risolvere questi importanti problemi e arricchire l'intelletto di tante utili cognizioni, lo valorizza , lo educa, lo forma e lo abitua a ragionare. LA RAGIONE E' LA CARATTERISTICA DELL'UOMO: LA PERFEZIONE CHE LO DISTINGUE DAL BRUTO; PERFEZIONARLA SIGNIFICA PERFEZIONARE LA NOSTRA NATURA. DUNQUE LO STUDIO DELLA FILOSOFIA E' IL PREAMBOLO NECESSARIO  ALLO STUDIO DELLA RAGIONE.

                                        ALLA FEDE NOI ARRIVIAMO GUIDATI DALLA RAGIONE:

                 
HOMO NON CREDERET, NISI VIDERET ESSE CREDENDUM...

                                                     Che i preti lo sappiano o no:

                                SENZA LA RAGIONE NON SI PUO' GIUNGERE A DIO...

             (altro che "mistero della fede": ah ah ah...scemenze...!,  essi dovrebbero invece pronunciare:

                                                      MISTERO DELLA FANTASIA:

                                      AVETE PERSO OGNI CREDIBILITA' E POTERE

                         "Se Galilei avesse ragione... tutto il  Cristianesimo sarebbe un FALLIMENTO"

                                                     PAROLE DI 1 ALTO PRESULE...

                           

Cari liceali: la cattedra è il SEPOLCRO della 'SPECULAZIONE FILOSOFICA'  
 
                                                 Viceversa:  
Il prestigio del FILOSOFO rende oggettivante l' ENTE della FILOSOFIA


                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                
                           
                                                                                          
                                   
                                                             
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n o n  p r o f i t

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                                  visitate le pagine 17 et 18 del sito:

                               http://www.educandofilosofando.com/
                                                     dedicate alla:
                                                   
                                           
 'PSICOLOGIA'

                               
I° SEMINARIO di PSICOLOGIA APPLICATA
                             Pianificato e divulgato da Orlando Bartolomei

                                                                *
Cogito ergo sum: Penso dunque sono... razionale?

                                                             Sì...

a condizione che si rispetti una qualità necessaria, ovvero: il verbo 'sum'  deve essere parafrasato 'sono' e non "esisto"; questo perché i due termini, penetrati in senso analitico si prestano a vestire inclusi diversi...


      
  Effettivamente, il pensiero di René Descartes non è sì semplicistico da percepirsi solo un essere concreto, ma di riconoscersi come individualità distinta, cioè:
                      "Io sono Cartesio",  insomma, "Io sono cosciente di me stesso"


                                              
Proseguiamo:

Attenti: La dottrina cartesiana del cogito "penso quindi sono" indica, ribadisco, l'evidenza con cui ogni individuo riconosce la 'propria'esistenza. Il punto d'arrivo di simile inferenza, conduce alla costituzione di due oggettività resistenti alla incertezza metodica, impiegabili come postulati della riflessione metafisica: Se il pensiero è una realtà a sé stante (una sostanza distinta e differente dalla materia) L'individuo umano è: sia res cogitans (un soggetto pensante) sia res extensa, in quanto corpo. Perciò, l' evidenza è la modalità psicologica con cui la mente si rappresenta talune verità come chiare e distinte, assolutamente certe. Tuttavia, ci sono verità a cui non sempre si può arrivare tramite l'espansione probatoria sensibile, allora dobbiamo intraprendere altre vie, magari immetterci nel calle dell'intuizione quasi subitanea. Proprio alla luce di simile percorso che possiamo cogliere enunciati simili ai sillogismi da cui vengono estratte le arringhe sollevate nei tribunali: sia dal P.M. che dalla difesa: in particolare quando i fatti difettano di prove scientifiche...A posteriori di sì rilevante rapporto, non è certo arduo acquisire come il 'DUBBIO' sia oggetto di ponderazione; quindi, chi dubita pensa: è un essere pensante. Ecco, stiamo arrivando al passo finale, sicuramente ovvio. Nell' affermazione di Cartesio,
cogito, ergo sum effettivamente il termine "PENSO", vuol dire 'DUBITO', per cui: dubito, quindi sono. Per quanto semplice e apparentemente banale, si tratta di una idea assolutamente importante e straordinaria, da poter essere assunta come postulato di partenza per altri ragionamenti più complessi e deduttivi.

     Avanziamo insieme sui sentieri della 'meditazione'

L'uomo, dunque, da un lato si percepisce veliero fra procelle e piaggerie: dall'altro, si scruta stazionato sulla sponda del "baratro": assillato dall'artificio retorico; questo, perché la certezza di esistere è un "vettore" eccitato dal punto controverso.. Ebbene, su tale posizione, gentile studioso, ti pongo  rapidamente un quesito: Sei indubbio di vagliare i miei postulati da 'Essenza tangibile e conscia, o... magari confidi che tutto ciò scorra (procurandoti stupore) come Testo definitivo, scritto o stampato o, fors'anche, come film o programma televisivo, corredato delle note necessarie alla sua realizzazione, in breve: una serie continua di sceneggiature potenziali porte dall'onirico...?

    Acuto 'Ospite': dubita di te stesso, e darai il primo segno della tua intelligenza.

Ora, come dicevo, Tu osservi cose, ma  veramente esistenti? quali cose, se non immaginazione o simulazione tricrometica inversa al senno, e che la tua mente arroga esercitare il diritto di proprietà? Cartesio, usa quelle catene di ragionamenti, lunghe, eppur semplici e facili da dimostrare: La geometria di Euclide, che ha come base di appoggio la deduzione, capace di arguire centinai di teoremi da cinque postulati...etc....Ma se prospetto di offire a te lettore qualcosa di inedito, occorre che io eluda le argomentazioni degli altri e porti verso l'alto quanto mi propongo di dimostrare come vero: contro eventuali obiezioni di qualcun altro; simile estrinsecazione la ratifica ogni ora l'individuale costrutto: non tollero di essere asservito e ligio alle tradizioni e agli insegnamenti di chiunque; né tendo graziare la libertà, sì da non prestar credito alle proprie pupille. Né sono sollecito a fare voto sull'insegnamento dell'età antica, sì da non dar pensiero e ad abdicare:

                                       l' AMATA VERITA'  DAVANTI A TUTTI !

Io credo, che la disfunzione gigante dell'evo ove oggi ci moviamo, è composta dal difetto della realtà non conoscibile in sé stessa, ma soltanto in relazione alle particolari condizioni in cui, volta per volta, i suoi fenomeni vengono osservati, e perciò non ammette verità assolute nel campo della conoscenza o principi immutabili: anche in sede morale. Siffatto spessore, si rivela, per di più, piattaforma su cui si edifica la 'RELATIVITA'; ossia, la teoria secondo la quale la scelta tra sistemi dottrinali concorrenti sono arbitrari; sono arbitrari perché non esiste, appunto, alcunché che si possa considerare come verità obiettiva; ovvero, anche se esiste, non c'è alcuna dottrina (o cultura) che si possa congetturare come vera o comunque (anche se non vera) più vicina alla giustezza o oggettività. Nondimeno, per farvi meglio assorbire l' astrazione, vi illumino ancora servendomi di un celebre paradigma:

            
La domanda di Pilato e la risposta di Tarski.

L'individuale posizione - in tal senso scettica o relativistica - zampilla dall'idea che sia infattibile replicare alla domanda di Pilato: "Che cos'è la verità?". Simile visione c'induce sulla soglia dell'agnosticismo. E' l'agnosticismo può condurci: dapprima alla depressione e poi alla disgrazia.  L'uomo, in realtà, non possiede gli strumenti consoni per decretare se ciò che interpreta verità, sia veramente verità, oppure gli appare soltanto tale. Tuttavia, se la ponderazione eseguita è giusta, la verità che noi qui capitalizziamo, dopo il trapasso, non è più niente: quindi, ogni sforzo di acquistare una proprietà che ci segua anche nella tomba, è inservibile. Acuto Docente, se il vertice della mia argomentazione non centra il 'nucleo' della Sua teoria, non assalga un altro, che da ciò potrebbe sentirsi addentro ferito, ma... SCRIVA O RAGGIUNGA ME... Ebbene, una delle linee centrali della filosofia di Karl R. Popper è proprio il rifiuto della teoria relativistica della verità (personalmente in antitesi). Noi, afferma Popper, possiamo rispondere alla domanda di Pilato. Ad essa "Si può rispondere in modo semplice e ragionevole (caro Popper: ma l'aggettivo "semplice" indica una cosa priva di complessità: sicuramente ragionevole... ma confutabile...), anche se certamente non in maniera del tutto soddisfacente, in questi termini: un enunciato o una convinzione sono effettivi, cioè, veri se, e soltanto se, corrispondono ai fatti".  

                        Popper si contraddice...

           
E QUI, CARISSIMI FAN, ESPLODE L' INTERROGATIVO....

Ma quale accezione attribuiamo quando attestiamo che un esposto è conforme ai fatti? Anche a questo interrogativo, a sembrar di Popper, si può dare risposta. La visione della replica di Popper, in un certo senso, è banale, egli dice: "Una volta che si sia imparato da Tarski che il problema è un problema nel quale ci riferiamo a (ovvero parliamo di) enunciati e fatti e di un qualche rapporto di corrispondenza sussistente fra questi enunciati e fatti, e che quindi anche la soluzione dev'essere una soluzione che si riferisce a (ovvero parla di)  enunciati e fatti e di un qualche rapporto fra essi".
Carissimi accademici, il rebus di fondo - esposto in termini più accessibili - è il consecutivo: come possiamo riprometterci di poter parafrasare la parte utile, quando si dice che un asserto, cioè un enunciato dotato di senso è in relazione ai fatti? Come si può, insomma, rendere comprensibile la conformità di un asserto con  un fatto ?  

               
E' proprio questo il  groviglio da districare...   

  
Tarski, esattamente, ha risolto questo incaglio. E lo ha decifrato molto semplicemente, "Riflettendo sul fatto che una teoria che tratti la relazione tra un asserto e un fatto deve essere in grado di parlare di (a) asserti e (b) fatti. Per poter parlare di asserti, questa teoria deve usare nomi di asserti, ovvero descrizioni di asserti, e forse anche parole quali "asserti"; la teoria deve cioè essere un metalinguaggio, un linguaggio in cui si può parlare del linguaggio". Ebbene, se a parer di Tarski i fatti stanno in tal senso, una volta che si dispone di un metalinguaggio, ossia di un linguaggio come  questo in cui è possibile arringare di asserti e di fatti, è facile fare asserzioni sulla corrispondenza tra un asserto e un fatto; un esempio potrà meglio illuminarvi la rappresentazione mentale. Tuttavia, congetturando che le argomentazioni fin qui delineate possiedono un nesso sia con l' Austriaco Popper che col Polacco Tarski, opto per  miniarvi un paradigma usando tre termini molto comuni in lingua tedesca; l'asserto, ergo, in codice tedesco, consistente nelle tre parole:

                                              "Gras", "ist" e grun"

espresso in questo ordine, corrisponde ai fatti se, e solo se, l'erba è verde.  Come già detto, la prima parte del capoverso in corsivo è una descrizione di un asserto in tedescoi (l'enunciazione è data in italiano che qui funziona da metalinguaggio); e la seconda parte contiene una descrizione (anch'essa in italiano) di un fatto (significato), di un (possibile) stato di cose. E l'intero asserto asserisce la corrispondenza.

                 Più in generale, secondo Popper:

"Possiamo dire così: sia "X" l'abbreviazione di un nome italiano o di una descrizione in italiano di un asserto appartenente al linguaggio L, e con "x" si indichi la traduzione di X in italiano (che funge da metalinguaggio di L) in modo affatto generale:

(+) L'asserto X nel linguaggio L corrisponde ai fatti se e solo se x alla6  

E così, sagaci lettori, è possibile, anzi, direi banalmente possibile, parlare in un metalinguaggio appropriato della corrispondenza tra un asserto e un fatto (significato). L'enigma è in questo modo risolto: "la corrispondenza non comporta (come pensava ad esempio il Wittgenstein del Tractatus) la similarità strutturale un asserto e un fatto, né qualcosa come una relazione tra un quadro e la scena raffigurata. Giacché, una volta che abbiamo un metalinguaggio adatto, è facile spiegare, con l'ausilio di (+), che cosa intendiamo per corrispondenza ai fatti. Attenti, però,la teoria della verità come corrispondenza, che Tarski ha recuperato, è una teoria che considera la verità come OGGETTIVITA': come una proprietà di teorie, piuttosto che come un'esperienza o CREDENZA o qualcosa di SOGGETTIVO. Essa è anche assoluta, e non relativa ad un insieme di assunti (o credenze); ché di ogni insieme di assunti noi possiamo chiederci se questi assunti siano veri (?).

CHE COS'E', ALLORA, LA VERITA', O MEGLIO, DOV'E' LA VERITA'... IN QUALE LUOGO E IN QUALE MODO DOBBIAMO DISPORCI PER SNIDARLA?

A questo punto è decisivo rendersi conto di una distinzione fondamentale: sapere che cosa significa verità o a quali condizioni un enunciato è detto vero non equivale al, e dev'essere nettamente distinto dal, possedere un mezzo per decidere - un criterio per decidere - se un dato enunciato è vero o falso". E qui, nulla può chiarivi il concetto meglio di un esempio: ogni medico sa, più o meno (tranne la pochezza di una medica che non è in grado di riconoscere la polmonite  da una malattia semplicemente virale, o fors'anche equivoca la tubercolosi per una polmonite) cosa intende per tubercolosi.Certo, cent'anni fa i medici intendevano per tubercolosi una specie d'infezione polmonare cagionata da un certo tipo di microbi; oggi, anche l'inesperto possiede un'idea (seppure privo di cognizioni scientifiche) che la tubercolosi è un'infezione batterica purelenta ad azione necrotizzante sui tessuti, dovuta al bacillo di Koch.  Tuttavia, relazionandomi all'esempio di Popper, sarebbe un errore credere che, prima di disporre di un criterio per decidere se un uomo è malato o meno di tubercolosi, la frase "X  è malato di tubercolosi" sia senza senso. E, analogamente, si è in errore a pensare che prima di disporre di un criterio di verità, non si sappia che cosa intendiamo dire quando diciamo che un enunciato è vero.


In breve: sono certamente in errore quanti quanti sostengono che senza un criterio - un test sicuro - della tubercolosi, o della verità non possiamo significare nulla quando usiamo le parole "tubercolosi" o "vero". In realtà, la costruzione di una batteria di tests per la tubercolosi o per la menzogna ha luogo soltanto dopo che abbiamo stabilito - magari solo approssimativamente - che cosa intendiamo per "tubercolosi" o per "menzogna". In definitiva: possiamo non disporre di un criterio che ci aiuti a stabilire se una banconota da 100 E. è autentica o falsa. Ma se trovassimo due banconote da una sterlina con lo stesso numero di serie, avremmo buone ragioni per affermare, anche in mancanza di serie, che almeno una di esse è contraffatta, e questa asserzione non sarebbe evidentemente resa priva di significato dall'assenza di un criterio di autenticità.

E' proprio l'assenza di un principio universale di verità (cioè valido per tutti) che ha portato "i filosofi del criterio" al relativismo e allo scetticismo. Però, la mancanza di un "canone" di verità non rende non-significante la nozione di verità più di quanto la mancanza di un criterio della salute renda non significante la nozione di salute. Un uomo malato può cercare salute anche se non dispone di alcun criterio per essa. Un uomo che erra può cercare la verità anche se non dispone di alcun criterio per essa. Sono persuaso che a questo punto avete assimilato, in foggia chiara,  quanto sia carente e inadeguato il sistema dottrinale asservito allo scopo di snidare la "VERIDICITA' ". Ergo: il nucleo di verità è appunto questo: che non esiste alcun criterio generale di verità. Ma ciò non legittima l'epilogo che la selezione fra teorie competitive sia arbitrario: significa soltanto e molto semplicemente che noi possiamo sempre vederci sfuggire la verità o che possiamo non raggiungerla, che non possiamo MAI prendere la certezza, invero: che noi siamo fallibili. Voi, adesso, potreste inficiare rivolgendomi la consecutiva istanza:

"Ma la scienza è concepibile che fallisca?"  Risp.: si, perché la scienza è umana, e non solo: la scienza si può mandare a memoria, ma... la saggezza, no...! Dal fatto che possiamo errare e che non esiste un criterio di verità che possa salvarci dall0'errore, non sempre che la scelta fra teorie diverse sia arbitraria o non razionale, cioè che non si possa apprendere, e avvicinarsi alla verità, che la nostra conoscenza non possa avanzare. E questo risulta chiaro se prendiamo in considerazione il fatto che: gli esempi storici noti di fallibilità umana sono esempi dell'avanzamento del nostro sapere. Ogni scoperta di un errore costituisce un reale avanzamento della nostra conoscenza. Come afferma Roger Martin du Gard: è già qualcosa sapere dove non si trova la verità. Una cosa, dunque, è possedere una teoria della verità e sapere che cosa intendiamo quando diciamo che un asserto o una teoria è vera; un'altra cosa è possedere un criterio generale per decidere se un dato enunciato è vero o falso. Tale criterio generale non esiste.La scienza è fallibile perché umana, ma questo non significa che la scelta tra due teorie in competizione sia arbitraria. Noi apprendiamo dai nostri errori. E correggendo i nostri errori ci avviciniamo alla verità.

                            
La "VERITA'" come 'PROTOTIPO' REGOLATIVO
                e come FUNZIONE REGOLATIVA della RAGIONE
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   
                                               


Taski, come avete notato, ha proposto un'idea di verità oggettiva ed assoluta: l'idea  di verità come corrispondenza con i fatti: ché, di ogni asserto o di ogni insieme di asserti possiamo chioederci se tale asserto o tale insieme di asserti sia o non sia vero, corrisponda o no ai fatti. Tuttavia, esigo precisare, che le teorie soggettivistiche della verità (come teoria dell'evidenza che scambia "noto come vero per vero", o quella pragmatistica o strumentalistica, che scambia erroneamente l'utilità con la verità) sono tali, cioè soggettivistiche, nel senso che nascono tutte dalla posizione soggettivistica fondamentale che non sa concepire la conoscenza se non come uno speciale tipo di stato mentale o come una una disposizione, o come un tipo speciale di credenza, caratterizzato, ad es., dalla sua storia o dalle sue relazioni con altre credenze.

Occorre che voi sappiate che le teorie soggettivistiche della verità tendono ad un criterio di giustificazione: ovvero, tentano di definire la VERITA' in termini delle nostre operazioni di VERIFICAZIONE, o di qualche insieme di regole di accettazione, o semplicemente nei termini della qualità delle nostre convinzioni soggettive. Tutte dicono, più o meno, che la VERITA' è CIO' CHE SIAMO GIUSTIFICATI A CREDERE O AD ACCETTARE IN CONFORMITA' CON CERTE REGOLE O CRITERI RIGUARDANTI LE ORIGINI O LE FONTI DELLA NOSTRA CONOSCENZA O LA CREDIBILITA' O LA STABILITA' O IL SUCCESSO BIOLOGICO O LA FORZA DI CONVINZIONE O L'INCAPACITA' DI PENSARE ALTRIMENTI.

Ma l'individuale TEORIA, cioè la personale TEORIA OGGETTIVISTICA della VERITA', vi porta, invece, ad assumere un atteggiamento molto diverso. Mi spiego: in base a simile teoria posso asserire che: UNA TEORIA PUO' ESSERE VERA ANCHE SE NESSUNO LA CREDE, E ANCHE SE GLI ALTRI NON HANNO NESSUNA RAGIONE PER ACCETTARLA, O PER CREDERE CHE SIA VERA; E UN'ALTRA TEORIA PUO' ESSERE FALSA ANCHE SE INCLUDE RAGIONI RELATIVAMENTE BUONE PER ACCETTARLA. E sempre in base alla teoria oggettivistica della verità si può proferire: ANCHE SE CI IMBATTIAMO IN UNA TEORIA VERA, DI REGOLA POTREMO SOLO INDOVINARE CHE è VERA, E PUO' BEN CHE SIA IMPOSSIBILE PER NOI IL SAPERE CHE è VERA, e DALLA PROSPETTIVA DI TALE TEORIA SI PUò vedere la differenza che corre tra scienza pura e scienza applicata, fra ricerca della conoscenza e ricerca di strumenti efficaci.

La differenza consiste nel fatto che, nella ricerca della conoscenza, sono alla caccia di teorie vere
, o, almeno, di teorie che siano più vere di quanto non lo sono certe altre: di teorie, cioè, che corrispondono meglio ai fatti, mentre, in molti casi, quando andiamo alla ricerca di teorie che siano puramente e semplicemente strumenti efficaci, le teorie che riconosco false mi servono benissimo. In sostanza, la personale concettosità  della VERITA' oggettiva o assoluta è la teoria che mi permette di dire, con Senofane, che:
1) tutti noi ricercatori andiamo eseguiamo screening sulla VERITA':
2)  che una volta che l'abbiamo trovata, possiamo non sapere di averla trovata;
3)  che non ho alcun criterio di VERITA';
4)  e che tuttavia, nella ricerca, sono guidato dall'idea di verità come principio regolativo;

5)  e che, pur non essendoci regole generali sulla base delle quali posso riconoscere la VERITA', esistono cose che hanno l'aspetto di criteri di progresso verso la VERITA'.

Infine, posso decretare che "Lo status della VERITA' in senso oggettivo - come corrispondenza coi fatti - e la sua funzione come PRINCIPIO REGOLATIVO, può paragonarsi a quello di una cima montuosa, normalmente avvolta tra le nuvole. Es. : non solo è possibile che uno scalatore incontri difficoltà nel raggiungere la cima, ma può anche darsi che non sappia quando l'ha raggiunta, perché non è in grado di distinguere, fra le nubi, la cima principale da qualche cima più bassa. Questo, tuttavia, non tocca l'esistenza oggettiva della cima, e se lo scalatore mi dice: " Dubito di aver raggiunto la cima vera e propria, allora riconosce, per implicazione, l'esistenza obiettiva della cima.

ATTENTI, PERò, BENCHé PER LO SCALATORE POSSA ADDIRITTURA ESSERE IMPOSSIBILE ACCERTARSI DI AVER RAGGIUNTO LA VETTA, SPESSO SARà FACILE, PER LUI RENDERSI CONTO DI NON AVERLA RAGGIUNTA(O DI NON AVERLA ANCORA RAGGIUNTA); ad esempio, quando è respinto da una parete che lo sovrasta. Analogamente, ci saranno casin cui noi indagatori  siamo ben certi di non aver raggiunto la VERITA'. Così, mentre la coerenza, o non contraddittorietà, non costituisce un criterio di VERITA', semplicemente perché anche i sistemi di cui si può dimostrare la non contraddittorietà possono essere FALSI DI FATTO, COSI', CON UN PO' DI FORTUNA, POSSIAMO SCOPRIRE CONTRADDIZIONI E USARLE PER STABILIRE LA FALSITA' DI QUALCUNA DELLE NOSTRE TEORIE.


                                       
 LA TESI PROSEGUE...

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